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mercoledì 22 febbraio 2006

il caffè delle quattro (II parte)


Ho sempre desiderato fare qualcosa di interessante nella vita: qualcosa che lasciasse il segno, insomma.Alla tenera età di 36 anni, quasi che diventare maggiorenni per la seconda volta avesse dato una svolta significativa alla ricerca del senso dell'esistenza, avevo capito questa semplice ma determinante verità: avevo sempre ammirato le cosiddette persone “speciali”, specialmente se la mia ammirazione per loro era stata la conseguenza di vite vissute, se non drammaticamente, almeno fuori dagli schemi consueti.
E a loro volevo, a tutti costi, somigliare il più possibile, cercando di trarre ispirazione dalle loro esperienze per farle diventare, in qualche modo, le mie.

Era uno di quei momenti in cui mi sembrava di far parte di una sequenza di un film: tutto era pronto per girare, c’era la musica giusta, la luce appropriata, perfino gli odori sembravano creare una cornice perfetta, degna del migliore scenografo del mondo.Di solito, in quei momenti, mi sembrava di vedere il mondo al rallentatore, tutto andava alla velocità del mio ritmo vitale, in quel preciso istante potevo sentire il battito del mio cuore scandire come un metronomo la musica suonata dal resto del mondo intorno a me.Col tempo avrei imparato a raccogliere il più possibile le sensazioni e le immagini di quegli istanti speciali, una sorta di “attimi fuggenti” che, però, a dispetto della loro fugacità, suscitavano reazioni profonde e indimenticabili, inversamente proporzionali, per così dire, alla loro durata.

domenica 11 dicembre 2005

il caffè delle quattro

















Interno bar. Ore 11 del mattino: giornata soleggiata di ottobre, l’aria è ancora tiepida, le prime foglie ingiallite cominciano a staccarsi dai rami e cadono sul marciapiede di fronte al bar.
Una luce rosata si stempera nella calda atmosfera del locale, come se le sedie e i tavoli di legno si fondessero insieme in un’alternarsi di tonalità tra il giallo ocra e le venature del faggio dorato.
Per tre lati il locale è foderato da scaffali asimmetrici, dove libri multiformi e variamente colorati fanno mostra di se, anima culturale mista al profumo di terre lontane.
Il quarto lato, la vetrina, è semplice e senza elementi decorativi, per lasciar meglio intravedere l’interno, col suo misto di dorsi di libri e ricette di caffè e dolcezze più svariate.
Appoggiata alla vetrata una solida ma semplice mensola, vicino alla quale si trovano alcuni sgabelli, rivolti verso l’esterno: sono i posti più ambiti dalla clientela, perché da lì si può gustare un caffè o uno spuntino veloce, senza perdere di vista il mondo che continua a correre. Che è poi il grande guaio dell’umanità moderna: non avere tempo di fermarsi a riprendere fiato e perdere tempo a pensare quanto sarebbe bello poterlo fare.

Jane sorseggia un cappuccino, seduta su uno sgabello, e guarda fuori. Sospira. Le sue lunghe dita delicate trattengono la tazza a mezz’aria, come se posarla sul piccolo bancone potesse interrompere il flusso dei suoi pensieri.

Sono fuori davanti la vetrina, approfittando del momento di relativa calma prima dell’ora di punta; sto spazzando via le foglie e faccio due chiacchiere con Clare, che fuma, distrattamente, avvolta in una tenera sciarpa bianca di cachemire che fa risaltare ancor di più il profondo azzurro dei suoi occhi.

Dentro, parzialmente nascosta da espositori di caramelle e snacks, Claude legge, assorta, l’ultimo libro del suo autore preferito. Indossa una felpa azzurra, con il colletto della camicia di jeans che spunta fuori, un po’ tirato su stile Katherine Hepburn e i lunghi capelli scuri, trattenuti dalla solita matita che si porta sempre appresso, ricadono con gradevole casualità tra il colletto e le spalle.